Ludovico Bomben. Una figura continua a cercarmi - Fino al 24 Aprile
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La Galleria Michela Rizzo è lieta di presentare Una figura continua a cercarmi, mostra personale di Ludovico Bomben.

Ogni opera presentata da Ludovico Bomben in questa mostra necessita di un esercizio per arrivare a compimento, inteso come rapporto tra contesto e fruitore che si instaura attraverso le opere. Questo ovvio presupposto non dovrebbe prevalicare ogni spinta espressiva contenuta in essa ma, piuttosto, quello che sarà il risultato dell'esposizione si inscrive, per forza di cose, nella reciprocità aperta dall'artista.
La ricerca di Ludovico Bomben è da molti anni ben delineata; in essa emergono riferimenti espliciti all'iconologia e iconografia, alla combinazione tra tecniche e tecnicismi e al rigore formale in cui racchiude tutto ciò. Se, ad un primo sguardo superficiale si potrebbero licenziare come semplici esercizi formali, ebbene ogni opera presentata in questa personale induce a uno sforzo cognitivo, anche minimo, per dare compiutezza all'opera stessa. Questo non è da intendersi come una mancanza, è una precisa necessità: lasciare un margine di indeterminatezza alla compiutezza dell'opera.
Partendo dall'installazione che dà il titolo alla mostra, una figura continua a cercarmi, siamo in una stanza circondata da lettering applicato a muro in foglia d'oro. Dovremmo essere in grado di completare la lettura della frase solo scorrendo il nostro sguardo per tutto il perimetro, ma non riusciremo mai a interporci ad essa, nello spazio, per vedere la sua completezza. Così facendo, mentre memorizziamo il senso compiuto della frase, il riflesso della nostra figura si mescola in ogni parola scandita e scompare nel biancore del muro. Siamo forse noi quella figura?
Così come nella serie dell'opera Seme, un seme d'oro di 24 carati, l'avvicinamento estremo all'opera non basta per coglierne la fattezza. La sua compiutezza l'avremmo soltanto attraverso uno strumento che ne ingrandisca le sembianze. Forse questa è la prima volta che l'autore ci dona uno strumento per accedere all'accuratezza dell'opera. Quel seme si completa all'interno di una confezione preposta a contenerne 100 esemplari, esigua quantità se comparata a quella dell'opera Sèma, dove, immergendo le mani nel parallelepipedo nero, si può constatare una grande quantità di semi (veri). In questo caso sembra esplicita la dicotomia tra un elemento vivo come il seme riposto all'interno di una scultura che potrebbe ricordare un feretro (Sèma è la pietra tombale). Queste tre opere anche se ne includerei una quarta, Lacrime #1 e #2 differiscono completamente da una più riconosciuta ricerca di Ludovico. In esse ho ritrovato maggiormente la completa attuazione tra l'indiscutibile capacità formale, la gestione dello spazio e l'azione non passiva del fruitore verso esse. Il percorso della mostra si arricchisce con altre opere, come la serie di stampe Sèma #1 in cui i neri profondi sono arricchiti da inserzioni in ottone specchiato e aprono all'illusione di archetipe geometrie. Queste sagome nere mutano la loro forma in relazione alla luce che le colpisce. Alcune loro geometrie alludono a solidi ben definiti, quasi rinominabili come rappresentazioni sintetiche di menhir. In questa serie di stampe, è lampante come la composizione si rifaccia all'etimologia del termine "sèma" (come unità linguistica minima cit.) e le sue declinazioni tra semantica e segno. Ludovico sembra fare passi a ritroso per recuperare l'essenzialità, riducendo al minimo l'estensione del segno a favore della forma.
Nella sala successiva, a parete, Pioggia d'oro, riporta all'accuratezza formale della serie Fendenti. Anche in questo caso l'installazione rimanda ad una forte iconografia, mescolando materia e forma, di un segno che ferisce, o di una pioggia che feconda. Accanto, sopra un piedistallo, la materia della scultura si presta ad essere contenuto e contenitore di una esperienza. Lacrime #1 esclude ogni riferimento con l'esterno per trascinare la percezione ad un gesto riservato. La scultura in vetro suggerisce, e l'opera a parete la sottolinea, come una pratica emotiva possa diventare linguaggio e come una scultura possa essere oggetto per farne esperienza. Forme e materiali di essa, avvicinano il corpo ad una conoscenza non più di fruizione passiva ma attiva. Quest'opera, anche se appare così estranea dal resto dell'esposizione, suggerisce nuovamente come la percezione di noi nel contesto possa passare sia per una sorta di contemplazione verso l'altro, come da un'azione pratica di noi stessi.
Per questa personale di Ludovico Bomben ho dovuto affrontare uno strano equilibrio; la positiva sensazione che ogni opera mirasse a destabilizzare la prima impressione. L'apparente presentimento di doversi muovere verso e dentro dall'opera per completarne il senso, che ogni forma potrebbe essere figura solo defilando lo sguardo, spostando il riflesso di noi verso essa. Mi sono ritrovato a chiedermi (ed a dire allo stesso autore) per i nuovi lavori proposti in questa mostra, qual è questa figura? (che continua a cercarmi) "Stai guardando a qualcosa che non vuoi ancora affrontare, a cui non hai ancora voglia di dare un nome. Ci stai girando intorno e continui a far girare tutti noi. Alle volte ci fai allontanare per guardare il tutto, altre volte ci fai avvicinare per obbligarci al particolare. Siamo noi lo strumento per commisurare le tue opere?" Lasciando alle spalle la mostra, mi sembra che Ludovico abbia voluto scandire le possibilità che la scultura propone, per oltrepassare la sua utopia di mondo, spazio, luogo. Un linguaggio immediato fatto di iconiche chimere. Oggetti che possono essere segni o strumenti, immagini contenute senza scala o stanze dilatate dal riflesso. Qual è la miglior percezione di questa compiuta illusione? Siamo noi ad attraversare queste esperienze o sono loro a oltrepassare noi? L'opera di Ludovico è materia o idea?
Testo di Michele Tajariol. Si ringraziano per la collaborazione e il supporto: Simona Arnone, Theke Museum, Simone Scaramuzza, Verissima Fonderia Anonima, Cristian Tavan, Nicholas De Vecchio e Francesco Brocca.
Ludovico Bomben (Pordenone, 1982) si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ha completato il corso quadriennale in Decorazione B. La sua ricerca artistica è iniziata con installazioni luminose ambientali, concepite per ridefinire gli spazi e alterare la percezione di chi li abita. Negli ultimi anni, Bomben ha spostato la propria attenzione dall'ambiente all'oggetto, esplorando le relazioni tra materia, linguaggio, forma e concetto. Questo percorso lo ha condotto a utilizzare simboli di origine sacra come nuovi territori di indagine. Attraverso un equilibrio di proporzioni auree e rigore formale, l'artista mira a reinterpretare e ridefinire l'immagine del sacro in chiave contemporanea, fondendo antiche tradizioni e materiali industriali innovativi.
Ha esposto in numerosi spazi pubblici e privati, tra cui la 54ª Biennale di Venezia, il Talent Prize, Dolomiti Contemporanee, la Fondazione Bevilacqua La Masa, il Tina B Festival di Praga, il Premio Fabbri, Villa Manin, CAREOF Via Farini, il Premio Cramum, il Museo Revoltella e il Premio Cairo al Palazzo Reale di Milano. Parallelamente, ha approfondito le proprie competenze nei campi del design, della progettazione e della grafica, collaborando con diverse aziende del territorio pordenonese.
Nel 2021 ha partecipato alla mostra Non c'è + nessun Virgilio a guidarci nell'inferno, a cura di Martina Cavallarin, presso Open Dream a Treviso; ha preso parte al Premio Cramum a Villa Mirabello, Milano, a cura di Sabino Maria Frassà; ha partecipato al Futuro Arcaico Fest, a cura di Maria Teresa Salvati, presso il Museo Civico di Bari, e al Premio Musica Pordenone, a cura di Patrizio De Mattio, al Teatro Verdi di Pordenone. Nel 2022 espone nella mostra collettiva Who Killed Bambi, a cura di Gianluca d'Incà Levis, presso Dolomiti Contemporanee - Nuovo Spazio di Casso (PN). Nel 2023 è protagonista della mostra Equorea (of seas, ice, clouds and other waters), a cura di Giulia Bortoluzzi, ospitata da Buildingbox a Milano. Nello stesso anno espone nella mostra collettiva American Beauty. Da Robert Capa a Banksy presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova. Nel 2024 realizza la mostra personale Hic Sunt Leones, a cura di Angelo Bertani, presso la Galleria Sagittaria di Pordenone, e vince il secondo premio del Mellone Art Prize al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia "Leonardo da Vinci" di Milano. Tra il 2024 e il 2025 presenta la mostra personale AERE Pratiche di avvicinamento (AERE Approaches) presso GMR.2 (Galleria Michela Rizzo, Mestre), dal 5 dicembre 2024 al 24 gennaio 2025. Nel 2025 partecipa a diverse esposizioni di rilievo: la mostra collettiva Stralûs. 1985-2025 Arte in Friuli / Art in Friûl (4 aprile-11 maggio) a Palazzo Ragazzoni di Sacile, a cura di Magali Cappellaro e Alberto Vidissoni (Università di Udine); la doppia personale Doppio Dialogo a Palazzo Contarini del Bovolo di Venezia, a cura di Almerinda Di Benedetto, Enrico Lucchese e Alessandra Santin; la mostra collettiva Together / Insieme Exhibition 1 (4-15 febbraio) presso la Biblioteca Salaborsa di Bologna; e la doppia personale Vuoto-Semi-Vuoto, con Francesca Dondoglio, presso Studio La Linea Verticale (Bologna, 30 gennaio-1 marzo).





GalleriaMichelaRizzo
Palazzo Palumbo Fossati | San Marco 2597, 30124 Venezia
martedì-sabato, 10:30-13:00 / 15:00-19:00
