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Daniel Crews-Chubb: The Belt of Venus (Fino al 15 agosto 2026)

  • 6 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

6 maggio - 15 agosto 2026


The Belt of Venus riunisce sei nuovi dipinti monumentali di Daniel Crews-Chubb.


La mostra prende il titolo dal fenomeno atmosferico visibile poco prima dell’alba o dopo il tramonto: un’eterea fascia rosata che separa l’ombra scura della Terra dalla luminosità del cielo. Questo particolare bagliore costituisce l’ispirazione diretta per la palette cromatica dell’artista. Permea l’intera mostra, irradiandosi nello spazio della galleria e unendo le opere attraverso tonalità che appaiono al tempo stesso celestiali e profondamente ancorate alla fisicità della carne. All’interno di questa atmosfera, Daniel estende la sua ricerca di lunga data sulla forma umana verso territori sempre più astratti, mettendo deliberatamente alla prova i limiti della nostra percezione.


Al centro di queste nuove opere vi è un’esplorazione attiva della pareidolia, il fenomeno psicologico per cui il cervello umano tende istintivamente a riconoscere immagini familiari all’interno di forme astratte o caotiche. In quanto esseri intrinsecamente sociali, siamo predisposti a cercare la figura, individuando continuamente volti e membra per dare senso alle informazioni visive che ci troviamo davanti. Daniel si muove qui lungo un sottile e brillante confine tra astrazione e figurazione. Gioca con la quantità minima di informazioni visive necessarie affinché lo spettatore possa costruire mentalmente un corpo. I dipinti, imponenti nelle dimensioni, richiedono un coinvolgimento fisico da parte del pubblico, mentre le forme al loro interno si sottraggono a qualsiasi definizione definitiva o lettura immediata.

Le figure popolano queste tele di grande formato secondo strutture ricorrenti nella più ampia pratica dell’artista. Appaiono come figure singole, appartenenti alla sua serie in corso Immortal, oppure riunite in gruppi densi che l’artista descrive come emergenti «dal caos». In entrambi i casi, le immagini sono ancorate a una precisa genealogia mitologica. Daniel fa spesso riferimento alle divinità e ai corpi frammentati e smembrati della statuaria romana classica. Queste forme spezzate agiscono come memento mori, ricordandoci visivamente la nostra vulnerabilità fisica e l’inevitabilità del decadimento. Il titolo della mostra assume inoltre un duplice significato, richiamando direttamente la dea romana Venere e ponendo al centro la rappresentazione della forza e del potere divino femminile.


Uno degli aspetti più distintivi del lavoro di Daniel è il suo complesso rapporto con la storia dell’arte. I dipinti risultano profondamente familiari, radicati in una tradizione che lo spettatore riconosce intuitivamente, eppure rimangono freschi, senza tempo e sorprendenti. L’artista guarda apertamente a pittori espressivi come Willem de Kooning e Cecily Brown, ma instaura anche un dialogo strutturale con il Cubismo. In particolare, indica Girl with a Mandolin di Georges Braque come riferimento compositivo per questa nuova serie. La sua intenzione, tuttavia, non è mai quella di replicare un’estetica puramente cubista, poiché il suo linguaggio pittorico è molto più viscerale e materico. Piuttosto, ne riprende il principio di rappresentare la figura come se ruotasse sulla tela, creando l’illusione del movimento e permettendo di osservare il soggetto simultaneamente da molteplici prospettive. Adotta inoltre le tecniche di focalizzazione presenti in queste opere storiche, rendendo spesso il volto l’elemento più dettagliato del dipinto. Questa nitidezza attira lo spettatore e ne ancora lo sguardo, appena prima che l’anatomia circostante si dissolva in segni astratti ed energici.

Questo ricco dialogo con il passato si estende direttamente alle pose dei suoi soggetti. Daniel guarda alle figure dipinte e alla scultura classica, incorporando nella materia grezza delle sue tele le posture ampie e familiari del David di Michelangelo o delle Tre Grazie. Come afferma lo stesso artista, ama «riffing off» questi momenti iconici, giocando con i fondamenti della storia dell’arte. È proprio questo approccio ad aggiungere all’esperienza dello spettatore un rassicurante senso di riconoscibilità.


Al tempo stesso, però, Daniel sovverte consapevolmente lo sguardo tradizionale della storia dell’arte. Nel corso dei secoli, la forma femminile è stata spesso rappresentata come passiva, offerta allo sguardo e al consumo dell’artista e del pubblico. Daniel rifiuta completamente questa dinamica. Le sue figure mantengono piena autonomia e dominano il proprio spazio senza compromessi, anziché essere assoggettate allo sguardo dell’osservatore. Conferendo ai suoi soggetti questo potere inequivocabile, rafforzato da un deliberato senso di mistero e astrazione, l’artista fa sì che le loro narrazioni non siano mai esplicitate o completamente svelate. Esigono di essere guardate alle proprie condizioni, esistendo con forza nello spazio tra la pittura e la mente dello spettatore.



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