Alessandro Merlo: Stage Presence - Fino all'11 aprile 2026
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Mare Karina presenta la mostra "Stage Presence" di Alessandro Merlo, esposta fino all'11 aprile 2026.

La personale di Alessandro Merlo, Stage Presence presso Mare Karina, riunisce opere realizzate in diverse fasi e progetti della carriera di Merlo, dai ritratti scattati a Londra agli editoriali prodotti a Milano per entrambi i numeri di Coriandoli, fino alle immagini nate dalle feste in maschera organizzate a Palazzo Pisani Moretta, a Venezia. L’allestimento si configura come una naturale estensione del vocabolario materiale e visivo che attraversa la pratica dell’artista: installazioni, travestimenti e props scenici diventano elementi spaziali che attivano la galleria come un palcoscenico e i visitatori sono chiamati al gioco.






TESTO CURATORIALE
Say hello then wave goodbye
di Milovan Farronato
Nell’opera stratificata di Alessandro Merlo — attraversata da continui slittamenti tra scelte editoriali, scena underground e controculturale, apparizioni estemporanee e sguardo privato - il gioco non è mai un semplice espediente formale, ma un modo per sospendere il tempo dell’immagine e rimetterla in circolazione.
Al centro delle galleria, Conciati per le feste nasce come gioco dell’oca fotografico, un’opera in edizione che mette in scena personaggi, ruoli, identità, più che regole o vincitori. Le pedine sono corpi, maschere, figure nominate una a una; il tabellone uno spazio narrativo che non conduce necessariamente a una fine, ma sempre a una nuova partenza. Squadernato come una partita già avviata e improvvisamente interrotta, il gioco si presenta in Stage Presence come un dispositivo in attesa: non un oggetto concluso, ma una situazione pronta a riattivarsi.
La dimensione di gioco come macchina simbolica ha precedenti illustri e laterali. Nelle tavole combinatorie di Leonora Carrington, come la sua copia del Gioco del Biribissi, l’immagine si organizza secondo coordinate spaziali e temporali che non servono a stabilire un esito, ma a moltiplicare le possibilità di lettura. Allo stesso modo, in Power Game di Liliane Lijn, il gioco diventa una performance sociale: un mazzo di carte in cui le parole vengono giocate, difese, messe alla prova del loro potere simbolico. In entrambi i casi, come in Merlo, il gioco non intrattiene: attiva, espone, mette in tensione ciò che normalmente resta invisibile — il senso, l’identità, il linguaggio.
Nel lavoro di Merlo, però, tutto questo passa attraverso la fotografia e il corpo, attraverso figure che sembrano uscite da un set o da una festa appena finita. Non è un caso che la mostra inauguri a Venezia il 14 febbraio, durante le celebrazioni del carnevale e la festa degli innamorati: una soglia temporale in cui travestimento e desiderio, finzione e intimità, si sovrappongono. Stage Presence abita esattamente questo spazio ambiguo: un gioco serio, una festa congelata, una narrazione che non si chiude. Le pedine restano ferme, ma guardano avanti. La partita non è finita: è semplicemente pronta a ricominciare.
E se l’esposizione si presenta come una partita sospesa, il Carnevale ne è il tempo naturale. Non tanto come tradizione locale o cornice stagionale, quanto come regime simbolico fondato sull’inversione, sulla temporanea messa tra parentesi delle regole, sull’autorizzazione a essere altro. Come in certi riti di attraversamento — si pensi alla cerimonia crossing the line dei marines americani, quando il passaggio dell’equatore comporta un ribaltamento di ruoli, gerarchie e identità — il Carnevale non distrugge l’ordine, ma lo sospende, lo teatralizza, lo rende visibile proprio nel momento in cui sembra venir meno. È una libertà regolata, una finzione condivisa, un tempo dall’altra parte dell’equatore e delle convenzioni, destinato a esaurirsi ma capace, nel frattempo, di far emergere desideri, eccessi, posture altrimenti inconfessabili.
È in questo spazio che le immagini di Merlo trovano la loro temperatura ideale. I corpi travestiti, i costumi, i gesti performativi, i ruoli assunti per gioco o per necessità non rimandano tanto al Carnevale veneziano come repertorio iconografico, quanto a un’energia più ampia, extracontinentale e sovrastorica: un Carnevale inteso come forza centrifuga, come scena in cui il giudizio si fa collettivo, l’identità negoziabile, il look una dichiarazione pubblica.
Le otto fotografie in mostra condividono questa stessa logica: non mostrano la maschera come occultamento, ma come esposizione, come atto consapevole di messa in scena. In questo senso, Venezia diventa una soglia più che un luogo, un punto di attraversamento verso un altrove simbolico, dove le regole si allentano, il gioco si fa serio e la presenza, prima ancora dell’immagine, è già performance.
Ecco quindi che tutte le presenze inscenate sembrano allora uscire da un nuovo tabellone come personaggi che hanno abbandonato il gioco, ma ne portano ancora addosso le regole, le pose, l’eccitazione. Nessuno di loro illustra il gioco da tavolo ma piuttosto ne rappresenta le possibili, ulteriori diramazioni narrative, le scene laterali, gli incontri imprevisti.
In Siamo coriandoli i corpi appaiono come frammenti in festa, figure che esistono solo nella relazione con gli altri, nella prossimità, nel contatto; in A che gioco stai giocando lo sguardo diventa più frontale, interrogativo, come se venisse richiesto allo spettatore di dichiarare la propria posizione, di scegliere un ruolo, di comprendere le differenze (non solo in senso didascalico). Drama Club mette in scena una teatralità più esplicita, fatta di gesti accentuati, posture studiate, una recitazione che non nasconde di essere tale, mentre Galassia apre lo spazio a una illustrazione più cosmica e artificiale, dove il costume e il makeup intendono favorire un’identità fluttuante, senza peso. In Trimalcione 2000 — con la sua connotata origine festiva e tipicamente veneziana — condensa in un’unica immagine eccesso, ritualità e messa in scena collettiva. Tutte queste fotografie, pur appartenendo a serie e momenti diversi, convivono come vignette di un grande fumetto senza ordine prestabilito, legate più da un’atmosfera che da una trama. In Self-portrait l’artista entra in palcoscenico, assumendo su di sé la logica del travestimento e dell’autorappresentazione, nell’atto risolutivo e irriverente di voltare le spalle, armato di spada, alla scena che ha appena creato, come se fosse sul punto di congedarsi con un melanconico sorriso, to say hello then wave goodbye alla fine dello spettacolo.
I colori sono saturi, i riferimenti si sovrappongono — moda, teatro, club culture, tradizione carnevalesca, immaginario editoriale — e ogni immagine sembra portare con sé una storia già iniziata altrove, che entra ed esce di scena di continuo. Una logica di fuoriuscita che non si esaurisce nello spazio espositivo, ma trova un’ulteriore estensione nella vetrina, intesa come corpo autonomo e insieme riflesso della mostra. Qui l’immagine sembra perdere definitivamente la bidimensionalità per ricomporsi in una presenza tridimensionale fatta di oggetti, maschere, coriandoli, elementi scenici. La scena si costruisce per accumulo e per equilibrio precario, trasformando l’armamentario del Carnevale in una composizione instabile, quasi ricorsiva. In questo senso, la vetrina dialoga apertamente con la fotografia del 2023 Trova le differenze: se lì due immagini quasi identiche sollecitano uno sguardo interrogativo, costretto a cercare lo scarto minimo, qui è lo spazio stesso a funzionare come dispositivo di confronto e variazione. La mostra si riflette in se stessa, si ripete e si deforma, come in una continua mise en abyme: il tabellone genera le immagini, le immagini diventano scenografia, la scenografia rimanda a un altro possibile gioco. Anche l’architettura ondulata dell’allestimento, con le sue pieghe e nicchie, agisce come una vetrina interna, un ulteriore luogo di apparizione. Tutto concorre a tenere lo sguardo in movimento, chiamato non a riconoscere, ma a distinguere.
È qui, in questa attitudine che la mostra trova il suo equilibrio: il gioco resta al centro, visibile, sospeso, ma le immagini lo oltrepassano, lo amplificano. I personaggi continuano a muoversi anche fuori dal tabellone e dalla vetrina, come se la partita non fosse mai davvero confinata a un solo piano. In questo slittamento continuo tra gioco e scena, tra regola e immagine, tra maschera e presenza, la pratica di Alessandro Merlo rivela la sua natura più profonda: non rappresentare una festa, ma attivarne le condizioni, rendendo ogni fotografia un atto, un’apparizione, una performance che chiede di essere guardata.

Mare Karina
Indirizzo: Campo de le Gate 3200, Venezia 31022 (VE)
Orari di apertura: Martedì - Sabato, 10:00-13:00 e 14:00-18:00
Contatti: info@marekarina.com +39 329 258 0978


